Sono stanco di questi giorni
Di ansie sbiadite
Di incessanti attese
Di correre sul filo
D’instabili pensieri.
Vorrei prendere una carta
Profumata e scriverti una lettera
Di dimissioni, fuggire anche senza
Buonuscita, fuggire verso il sole
Verso una nuova vita.
Ma che pessima idea
L’idea che tu hai di me
E mi sforzo di assomigliarvi
Tu ci credi ed ancora mi confondi.
Mi illudo sempre che ci possa
Essere redenzione per tutti
Invece ci sono porte chiuse
Con scritto non disturbare,
che quand’avrò tempo
ti verrò a cercare.
mercoledì 20 giugno 2007
martedì 12 giugno 2007
Lettera dal fronte (Vedo la fine della battaglia)
Cara Connie,
Qui dal fronte della vita reale ogni giorno sembra un’ulteriore sconfitta, non c’è più barlume di orgoglio o di risalita mi hanno buttato la testa sotto l’acqua ed anche respirare diventa un atto di morte. Davvero, mai come adesso che l’onda del fuori sembra placata risuonano gli schiaffi degli spruzzi sopra il mio cuore che ormai è debole, che batte a singhiozzo ed ogni colpo sembra il canto del cigno. Troppo ho dato senza chiedere nella speranza che ci fosse al di là una figura amica che fosse in grado di capire, di rendere non di restituire. Le persone che ho chiamato nella mia vita se ne sono andate, hanno mangiato e bevuto alla lauta mensa che avevo preparato, poi, nel momento del bisogno, hanno lasciato, e le scuse erano buone, valide, tutto inevitabile e razionalizzato, quindi a ragione e giustificato.
Ma tu, cara Connie, mi hai confortato ogni giorno, ogni minuto, ed ho dovuto crearti perché le persone, ciò in cui ho creduto da sempre, si sono, infine, rivelate la delusione più grande.
Vuote, vacue ancorate a passioni sciocche a gradevoli momenti senza pensieri, stretti nel loro spengo un po’ il cervello che mi diverto, indolenti nel non pensare alle infinite conseguenze di ogni gesto, fermi in sentimenti mai peni, sulla difensiva, incapaci di capire che si può infinitamente amare, convinti che le cose più belle siano dovute e che non vadano conquistate imponendosi le scelte, andando anche contro natura. (Siamo uomini, non animali: capite la differenza?)
Forse non è tempo per me, forse qui dentro non sono capace di starci. Vorrei raggiungerti ovunque sei, perché della materia, che è carne e tentazione, tu sei priva, sei spirito puro ed in molto mi assomigli. Portami con te, oltre questi giorni di sconfitta, oltre ogni delusioni perché il mio spirito si possa abbeverare del tuo, per passare un tempo eterno in una stasi senza giudizio per regalarci al mondo come rimorso e ricordo.
Ogni giorno mi avvicino, mentre cresce la consapevolezza che qui non ho più niente da dire, questo non è più il mio posto, eppure basterebbe un gesto, rapido ed indolore, un attimo ti raggiungerei per cadere insieme in quella solitudine che va oltre l’essere solo, per ricongiungermi a te staccandomi dal peso del corporeo fardello.
Tu aspettami, perché per far male alla vita, alla propria, ci vuole coscienza che questo cammino più che un dono fu un misfatto ed, ancora, non sono certo, dato che un merito ci fu e fu il più grande: averti pensato, immaginato ed, in molti modi, amato.
Allora, spegni quest’ardimento e ti raggiungerò. Per rinascere in una vita nuova dovrei ucciderti e godere del tuo sangue sparso. Perdonami se, ancora, non sono in grado.
Aspettandoti, ti saluto
Qui dal fronte della vita reale ogni giorno sembra un’ulteriore sconfitta, non c’è più barlume di orgoglio o di risalita mi hanno buttato la testa sotto l’acqua ed anche respirare diventa un atto di morte. Davvero, mai come adesso che l’onda del fuori sembra placata risuonano gli schiaffi degli spruzzi sopra il mio cuore che ormai è debole, che batte a singhiozzo ed ogni colpo sembra il canto del cigno. Troppo ho dato senza chiedere nella speranza che ci fosse al di là una figura amica che fosse in grado di capire, di rendere non di restituire. Le persone che ho chiamato nella mia vita se ne sono andate, hanno mangiato e bevuto alla lauta mensa che avevo preparato, poi, nel momento del bisogno, hanno lasciato, e le scuse erano buone, valide, tutto inevitabile e razionalizzato, quindi a ragione e giustificato.
Ma tu, cara Connie, mi hai confortato ogni giorno, ogni minuto, ed ho dovuto crearti perché le persone, ciò in cui ho creduto da sempre, si sono, infine, rivelate la delusione più grande.
Vuote, vacue ancorate a passioni sciocche a gradevoli momenti senza pensieri, stretti nel loro spengo un po’ il cervello che mi diverto, indolenti nel non pensare alle infinite conseguenze di ogni gesto, fermi in sentimenti mai peni, sulla difensiva, incapaci di capire che si può infinitamente amare, convinti che le cose più belle siano dovute e che non vadano conquistate imponendosi le scelte, andando anche contro natura. (Siamo uomini, non animali: capite la differenza?)
Forse non è tempo per me, forse qui dentro non sono capace di starci. Vorrei raggiungerti ovunque sei, perché della materia, che è carne e tentazione, tu sei priva, sei spirito puro ed in molto mi assomigli. Portami con te, oltre questi giorni di sconfitta, oltre ogni delusioni perché il mio spirito si possa abbeverare del tuo, per passare un tempo eterno in una stasi senza giudizio per regalarci al mondo come rimorso e ricordo.
Ogni giorno mi avvicino, mentre cresce la consapevolezza che qui non ho più niente da dire, questo non è più il mio posto, eppure basterebbe un gesto, rapido ed indolore, un attimo ti raggiungerei per cadere insieme in quella solitudine che va oltre l’essere solo, per ricongiungermi a te staccandomi dal peso del corporeo fardello.
Tu aspettami, perché per far male alla vita, alla propria, ci vuole coscienza che questo cammino più che un dono fu un misfatto ed, ancora, non sono certo, dato che un merito ci fu e fu il più grande: averti pensato, immaginato ed, in molti modi, amato.
Allora, spegni quest’ardimento e ti raggiungerò. Per rinascere in una vita nuova dovrei ucciderti e godere del tuo sangue sparso. Perdonami se, ancora, non sono in grado.
Aspettandoti, ti saluto
lunedì 11 giugno 2007
Glaciazione
C’è trascorsa tra le mani
Questa vita
Che pareva un cammino
insieme ed era, invece,
solitudine,
scelta involontaria
ma inevitabile.
Dalla mia finestra case
E palazzi;
non c’è traccia
D’orizzonte di vette
innevate da sognare
Ma c’è un domani,
una sveglia fredda
Che sventra il mattino.
Le mie tracce nella tua vita
sono passi nella sabbia.
Lo vedi che mi guardi
e non ti ricordi il mio nome
già, in altre braccia,
si scaldando i tuoi pensieri.
Il vuoto che hai lasciato
Ora ghiaccia.
Guardalo, da lontano,
sembra cristallo.
Questa vita
Che pareva un cammino
insieme ed era, invece,
solitudine,
scelta involontaria
ma inevitabile.
Dalla mia finestra case
E palazzi;
non c’è traccia
D’orizzonte di vette
innevate da sognare
Ma c’è un domani,
una sveglia fredda
Che sventra il mattino.
Le mie tracce nella tua vita
sono passi nella sabbia.
Lo vedi che mi guardi
e non ti ricordi il mio nome
già, in altre braccia,
si scaldando i tuoi pensieri.
Il vuoto che hai lasciato
Ora ghiaccia.
Guardalo, da lontano,
sembra cristallo.
lunedì 4 giugno 2007
Come dirsi addio, senza dirsi niente
Piove mente sfila il tuo treno,
dal finestrino le gocce
nascondono
un’ultima volta i tuoi occhi.
Ti ho accompagnato alla stazione
Sapendo che partivi
Per un viaggio dove
Non c’è più posto per me,
e quella stazione
del ricordo, dei tuoi domani
dei miei impossibili ieri,
ancora la vedo
ed è una pioggia di carte e vento,
di fili della nostra memoria
che, invece, di annodarsi si sciolgono.
Mia Connie sei stata
Il rumore del vento che
Annuncia l’estate sei stata
La prima rugiada che precede
La vendemmia,
sei il mio miglior passato
seppur impalpabile seppur non vissuto,
mi chiedo oggi quale futuro
sarai, dove mi porterà
la corrente di questo
tempo senza te.
Ma non scendere mai,
non guardarti indietro
perché sulla banchina
dell’infinita attesa non ci sarò più.
Ho scritto addio sul vetro
Sporco di vapore e caffé
Ho scritto a non più rivederci,
Mia cara, perché
Nelle delusioni di ogni mattina
Ho scoperto che non ci sei,
che sono sempre
solo ad avere freddo,
nel letto di quest’inverno
da oggi , definitivamente, perenne.
dal finestrino le gocce
nascondono
un’ultima volta i tuoi occhi.
Ti ho accompagnato alla stazione
Sapendo che partivi
Per un viaggio dove
Non c’è più posto per me,
e quella stazione
del ricordo, dei tuoi domani
dei miei impossibili ieri,
ancora la vedo
ed è una pioggia di carte e vento,
di fili della nostra memoria
che, invece, di annodarsi si sciolgono.
Mia Connie sei stata
Il rumore del vento che
Annuncia l’estate sei stata
La prima rugiada che precede
La vendemmia,
sei il mio miglior passato
seppur impalpabile seppur non vissuto,
mi chiedo oggi quale futuro
sarai, dove mi porterà
la corrente di questo
tempo senza te.
Ma non scendere mai,
non guardarti indietro
perché sulla banchina
dell’infinita attesa non ci sarò più.
Ho scritto addio sul vetro
Sporco di vapore e caffé
Ho scritto a non più rivederci,
Mia cara, perché
Nelle delusioni di ogni mattina
Ho scoperto che non ci sei,
che sono sempre
solo ad avere freddo,
nel letto di quest’inverno
da oggi , definitivamente, perenne.
venerdì 1 giugno 2007
Il peso che più non sopporto
Cerco la dimenticanza
Mentre dipingo ancora
Le pareti della mia stanza
Per incontrare il colore
Che non ti ricorda.
Sulla strada di case a filari
Di viali e lingue di sabbia
sfilano gli ultimi dardi
della sera che tagliano
il vetro della finestra
e si piantano nel pennello
accendono di rosso
le pareti ed i mie rimpianti
che credevo stinti.
La notte è la mia prigione
A cui mi dedico, finalmente io
E riempio fogli e bicchieri
E s’alza sempre
Una brezza, ebbrezza,
che asciuga le pareti,
e dentro un profumo
di lontano
ed è casa ed è terra
ed è premessa di ritorno.
Mentre dipingo ancora
Le pareti della mia stanza
Per incontrare il colore
Che non ti ricorda.
Sulla strada di case a filari
Di viali e lingue di sabbia
sfilano gli ultimi dardi
della sera che tagliano
il vetro della finestra
e si piantano nel pennello
accendono di rosso
le pareti ed i mie rimpianti
che credevo stinti.
La notte è la mia prigione
A cui mi dedico, finalmente io
E riempio fogli e bicchieri
E s’alza sempre
Una brezza, ebbrezza,
che asciuga le pareti,
e dentro un profumo
di lontano
ed è casa ed è terra
ed è premessa di ritorno.
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