Ed erano bugie,
quelle verità che tu difendevi
come dogmi.
Quelle parole che usavi
scialacquavi, senza importanza.
Ed erano motivazioni amorevoli,
scuse per ciò che volevi
e non importava d’altro,
né vita né morte
ma realizzazione.
E sono oggi illusioni,
estemporanei miti,
amori di una giornata o mezza.
Ti chiedi mai cosa valgono?
Sono contenitori vuoti,
come i nomi che ancora dici
e non significano niente.
Scatole morte e tu ci anneghi.
C’era tutto un costruito,
molto di pensato, un domani
che era casa tua.
Bisognava perdere
qualche falso sogno,
per cogliere una realtà
semplice.
Non felicità ma assenza di dolore.
Io ti volevo donna,
E non avevi capito
E continuerai a non capire.
martedì 24 aprile 2007
giovedì 19 aprile 2007
Il senso e il peccato (Incomprensioni)
La vita, linea sottile,
ci riportava piano
sul per noi pensato.
Ed era ribellione ed orgoglio.
O forse fu tradimento.
Cadeva la casa costruita
Sullo sperone lontano dal mondo.
E fu passo d’altro uomo
Dagli occhi pesanti.
E fu delusione e spegnersi
Di ardimento, ma era mai nato?
E fu amore che in fine si manifesta
Forza che distrugge.
O fu uno scherzo, una ribellione
Come ammazzare un genitore
Come lasciarsi mentre
Cade la neve.
Non ti perdono
Perché di peccato ci fu solo
L’impressione, il senso.
Perdonami tu, se puoi,
Perdonami se non ho affondato
Il coltello, se il tuo
sangue non ha bagnato le mie mani.
Non ero in grado di ferirti
nemmeno per difesa.
Nella mano che mi uccideva
non vedevo la tua, ma altra.
ci riportava piano
sul per noi pensato.
Ed era ribellione ed orgoglio.
O forse fu tradimento.
Cadeva la casa costruita
Sullo sperone lontano dal mondo.
E fu passo d’altro uomo
Dagli occhi pesanti.
E fu delusione e spegnersi
Di ardimento, ma era mai nato?
E fu amore che in fine si manifesta
Forza che distrugge.
O fu uno scherzo, una ribellione
Come ammazzare un genitore
Come lasciarsi mentre
Cade la neve.
Non ti perdono
Perché di peccato ci fu solo
L’impressione, il senso.
Perdonami tu, se puoi,
Perdonami se non ho affondato
Il coltello, se il tuo
sangue non ha bagnato le mie mani.
Non ero in grado di ferirti
nemmeno per difesa.
Nella mano che mi uccideva
non vedevo la tua, ma altra.
domenica 15 aprile 2007
Adamantina ossessione
E ti ho vista ancora Connie, ti ho vista che non speravo più, ti ho vista e sei una malattia, un'infezione che mi mangia di dentro.
Sei un ossessione terribile, sei un ossessione che non si spegne, un ossessione per sempre.
Che sia una spiaggia,
in una notte tersa di nero fumo,
che sia in un prato
lungo l’autostrada delle stelle
che sia sulle scale snelle
che portano a casa mia.
Oh mia,
così mi incateni
alle tue forme, alla tua pelle
al tuo calore,
così sciogli i nodi
scancelli ogni briciola di pudore
Scappa, che non ti trattengono
Le mie mani,
Sorridi e mai più saremo lontani,
Fuggi, dal mio sguardo
Mai tanto crudele,
Torna, sarò per te
latte e miele.
Così vai e vieni, appari e riparti,
mia nave, mio treno,
mai mi appago nel guardarti,
mai son felice solo nel parlarti,
Ed io non t’offro
un mare ed un cielo sereno
ma questa stanza di cui sei
vestale e regina,
tempio del mistero antico,
qui la tua bellezza torna natura,
torna conflitto,
sale della terra, frutta matura.
E, poi, il fuoco
nei tuoi occhi ormai assenti,
ed io disperso, smarrito
nei tuoi movimenti.
La mia mano ora trema,
la luce si spegne
e brilla, un diamante grezzo,
la curva della tua schiena.
Non fermarti adesso, non ora
Che domani non sarà lo stesso.
Amore mio, appassionata e sanguinosa
Bella com’un eroe malvagio,
fermati qui, è tardi ormai,
ma tu guardi l’orologio
ti rivesti, sorridi e te ne vai.
Sei un ossessione terribile, sei un ossessione che non si spegne, un ossessione per sempre.
Che sia una spiaggia,
in una notte tersa di nero fumo,
che sia in un prato
lungo l’autostrada delle stelle
che sia sulle scale snelle
che portano a casa mia.
Oh mia,
così mi incateni
alle tue forme, alla tua pelle
al tuo calore,
così sciogli i nodi
scancelli ogni briciola di pudore
Scappa, che non ti trattengono
Le mie mani,
Sorridi e mai più saremo lontani,
Fuggi, dal mio sguardo
Mai tanto crudele,
Torna, sarò per te
latte e miele.
Così vai e vieni, appari e riparti,
mia nave, mio treno,
mai mi appago nel guardarti,
mai son felice solo nel parlarti,
Ed io non t’offro
un mare ed un cielo sereno
ma questa stanza di cui sei
vestale e regina,
tempio del mistero antico,
qui la tua bellezza torna natura,
torna conflitto,
sale della terra, frutta matura.
E, poi, il fuoco
nei tuoi occhi ormai assenti,
ed io disperso, smarrito
nei tuoi movimenti.
La mia mano ora trema,
la luce si spegne
e brilla, un diamante grezzo,
la curva della tua schiena.
Non fermarti adesso, non ora
Che domani non sarà lo stesso.
Amore mio, appassionata e sanguinosa
Bella com’un eroe malvagio,
fermati qui, è tardi ormai,
ma tu guardi l’orologio
ti rivesti, sorridi e te ne vai.
mercoledì 11 aprile 2007
Impressioni d'oceano
Ricordo di un’alba,
foschia sull’oceano.
Passeggiavo lungo
Una spiaggia che pareva infinita.
Palme immobili,
in lunghi filari
seguivano i disordinati boulevard.
Le onde si frangevano senza fretta
Avanti, per scavare la sabbia
Indietro, per riparare, spianare.
Flusso e riflusso.
Il respiro dell’oceano.
Dormiva, il resto del mondo,
le grandi case, i piccoli ristoranti
gli alberghi,
grattacieli dispersi sul lungomare.
Anche il Fiesta Americana,
aveva spento le ultime luci,
ultimo ricordo
d’una serata danzante.
Prima fetta di sole,
ed il mondo diventa bianco,
una luce livida
rischiara il cartello in fondo
alla strada grande e riflette
una scritta sgualcita, Acapulco bay.
Appoggiato alla ringhiera,
con lo sguardo verso il mare,
cercavo un’apparizione,
il vento alzava la sabbia
ed erano turbini di granuli,
macchie scure, immagine schizzate
messaggi incompresi tra il sole e l’oceano.
Ed un solo pensiero mi tormentava:
Poter vedere in tutto quel pallore
I tuoi occhi alla mia ricerca.
E trovarti come più non speravo
Di nuovo, finalmente, al mio fianco.
E, poi, una paura, un insensato brivido,
Noi così vicini,
dopo così tanto tempo,
ma il sole d’improvviso esplode
giallo, caldo, rosso
e ci siamo persi.
foschia sull’oceano.
Passeggiavo lungo
Una spiaggia che pareva infinita.
Palme immobili,
in lunghi filari
seguivano i disordinati boulevard.
Le onde si frangevano senza fretta
Avanti, per scavare la sabbia
Indietro, per riparare, spianare.
Flusso e riflusso.
Il respiro dell’oceano.
Dormiva, il resto del mondo,
le grandi case, i piccoli ristoranti
gli alberghi,
grattacieli dispersi sul lungomare.
Anche il Fiesta Americana,
aveva spento le ultime luci,
ultimo ricordo
d’una serata danzante.
Prima fetta di sole,
ed il mondo diventa bianco,
una luce livida
rischiara il cartello in fondo
alla strada grande e riflette
una scritta sgualcita, Acapulco bay.
Appoggiato alla ringhiera,
con lo sguardo verso il mare,
cercavo un’apparizione,
il vento alzava la sabbia
ed erano turbini di granuli,
macchie scure, immagine schizzate
messaggi incompresi tra il sole e l’oceano.
Ed un solo pensiero mi tormentava:
Poter vedere in tutto quel pallore
I tuoi occhi alla mia ricerca.
E trovarti come più non speravo
Di nuovo, finalmente, al mio fianco.
E, poi, una paura, un insensato brivido,
Noi così vicini,
dopo così tanto tempo,
ma il sole d’improvviso esplode
giallo, caldo, rosso
e ci siamo persi.
giovedì 5 aprile 2007
Autodafé
E credo nei circoli dei paesi,
con le sedie di paglia ed i vecchi
che giocano alle carte.
Credo in quel vino nero come la pece,
che non ci arrivi a casa d’estate
col caldo che sale dalla terra
e ti butti sull’erba fresca e ballano
a ritmo di fisarmonica tutte le stelle
E credo nelle feste del patrono,
che tiri la fune e vinci un coniglio
che c’è la processione e il chierichetto
sviene perché suda tra un salmo e una litania
e non ce la fa più ad andar dritto
e balla che cade e non cade
e dondola col turibolo in mano.
Credo nell’autunno bagnato
Che si torna da funghi che t’ha preso
L’acquazzone.
Credo nel rumore che fanno le castagne
Che scoppiano sulla stufa.
E credo in quelle storie che si raccontano
Di zucche grosse come cocomeri
Cresciute nel campo del prete
Che, di nascosto, le bagna con l’acquasanta.
Credo che le uova della mattina di Pasqua
Proteggono la vigna dalla grandine.
Credo che la luna magari è un’invenzione
Ma prova a seminare quand’è sbagliata
Credo nei falò di San Giovanni che
Si corre dietro le lucciole e le ragazze
urlano e gridano se le porti nei prati.
Credo che ci son cose che devono rimanere
a bagno come i lupini o lo stoccafisso.
Credo che ci son cose che van tenute secche
come i fagioli o l’uva da metter
in fondo alle botti.
E credo nella campagna che non è un parco
naturale, è terra che si mantiene
col lavoro,la fatica la conoscenza
degli uomini esperti.
E’ la terra che è dura
e ti sporca le mani.
E credo, e voglio, e sogno che quella terra me
la ritroverò sulla faccia quando mi
prenderà il grande freddo,
quando me ne andrò in silenzio,
quando sarò concime per la gramigna
con le sedie di paglia ed i vecchi
che giocano alle carte.
Credo in quel vino nero come la pece,
che non ci arrivi a casa d’estate
col caldo che sale dalla terra
e ti butti sull’erba fresca e ballano
a ritmo di fisarmonica tutte le stelle
E credo nelle feste del patrono,
che tiri la fune e vinci un coniglio
che c’è la processione e il chierichetto
sviene perché suda tra un salmo e una litania
e non ce la fa più ad andar dritto
e balla che cade e non cade
e dondola col turibolo in mano.
Credo nell’autunno bagnato
Che si torna da funghi che t’ha preso
L’acquazzone.
Credo nel rumore che fanno le castagne
Che scoppiano sulla stufa.
E credo in quelle storie che si raccontano
Di zucche grosse come cocomeri
Cresciute nel campo del prete
Che, di nascosto, le bagna con l’acquasanta.
Credo che le uova della mattina di Pasqua
Proteggono la vigna dalla grandine.
Credo che la luna magari è un’invenzione
Ma prova a seminare quand’è sbagliata
Credo nei falò di San Giovanni che
Si corre dietro le lucciole e le ragazze
urlano e gridano se le porti nei prati.
Credo che ci son cose che devono rimanere
a bagno come i lupini o lo stoccafisso.
Credo che ci son cose che van tenute secche
come i fagioli o l’uva da metter
in fondo alle botti.
E credo nella campagna che non è un parco
naturale, è terra che si mantiene
col lavoro,la fatica la conoscenza
degli uomini esperti.
E’ la terra che è dura
e ti sporca le mani.
E credo, e voglio, e sogno che quella terra me
la ritroverò sulla faccia quando mi
prenderà il grande freddo,
quando me ne andrò in silenzio,
quando sarò concime per la gramigna
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