Connie, ho il dubbio che scriverti sia inutile, che non hanno nessuna forza le mie parole, che vorrei far poesia ed, invece, soddisfo solo un brutto vizio, un vizio assurdo.
In un cinema quasi deserto ho pianto,
andava un finale amaro,
la tua assenza la cullava il vento.
Il timbro della tua voce
È un dono prezioso e raro
Che non ho mai udito.
Mi son sentito finito,
ch’era già buio
fuori dall’uscita di sicurezza
come un bambino senza madre,
senza gioia, senza certezza.
Preso il cappotto,
infilato il cappello, lungo
la banchina mi son trascinato
le luci d’una barca
oltre la diga
apparivano e sparivano
la foschia scivolava piano verso il largo.
La città tutt’intorno accendeva i lampioni
Così, com’un uomo in letargo,
ho raggiunto il faro.
Guardavo il peschereccio legato
Ad una bitta scura,
mi fosse di conforto il tuo viso,
avessi qualcosa per cui piangere,
ricordassi almeno il tuo sorriso,
potrei sedermi e come Atlante
sorreggere la tua mancanza.
Ma di te non ho che pochi versi,
tracce nel buio desolante.
Perché ho ancora voglia di scrivere
se i risultati son scadenti?
E se già so che leggendoli dirai:
Che ho da fare, Io, coi perdenti?
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1 commento:
Se mi è concesso vorrei anche io parlare di Connie.
Ormai quel tappo è diventato una spilla, la mostrerò con orgoglio e ogni sguardo ad essa mi scalderà il cuore...
E allora perchè anche se in mezzo alla gente mi basta un istante per sentirmi solo?
Ma non smetterò di inseguire il tuo profumo, sempre vorrò scaldare le tue mani. Dove cresce il dolore la terra è benedetta, diceva il Vento...
Il TeenAger
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