mercoledì 28 marzo 2007

Canzone d'amore e del disimpegno (Per quando confondo Connie con la vita)

Devo spogliarmi delle mie vesti,
delle belle illusioni, dei giorni felici
fatti di credenze ed idee, rivoluzioni.
Se ciò in cui credevamo oggi
Lo consumiamo.
Io, povero di denaro
Prima di appiccicare un prezzo anche alle mie parole
Ripesco un orgoglio marcio
Ed in piedi sul tetto più alto
Grido ed urlo il mio Rinuncio.

Rinuncio:

A questo Dio così invadente
Che ci aspetta al varco
per dirci ancora: ti ho perdonato
Ma così tragicamente umano
Nel suo voler esser sempre pregato.

A questa democrazia,
puttana da discoteca,
fatta di leggi spazzatura
che abbiamo venduto
per trenta denari
a dei capitani di ventura.

Ad una politica
Fatta di sale da tè,
di discorsi vuoti ma ben detti
che ha scambiato le idee forti
con pochi voti sporchi.
Che dibatte e si agita nei salotti
Ma che non vediamo più per strada
Che non riusciamo a guardare negli occhi.

Ai nostri padri che ci hanno amato troppo
Ai loro sogni così grandi
Alla loro appartenenza ad una classe
od una squadriglia,
al loro esser oggi
gente perbene, padri di famiglia.
Al loro averci creduto, aver lottato
Per idee nuove, per cambiare il mondo
E guardali adesso che piangono di notte
Per non essere visti,
Per non averci provato fino in fondo.

Ai nostri nonni,
alle loro memorie, ai ricordi
al loro: non dimenticate
al loro piangere con insistenza
le persone ed i sogni,
i caduti di un’antica resistenza.

Al nostro corpo,
atletico, in forma, magro, ben curato,
sempre più giovane,
sempre più malato.
Al nostro apparire belli e vigorosi
Al dolore, alla bruttezza, alla morte
Oggi tanto inusuali; ben nascosti
negli ospizi e negli ospedali.

Alla poesia,
che non leggiamo più,
che non capiamo, che non serve
che è una filastrocca da bambini
che ci incartiamo i cioccolatini.

All’amore,
ultima bandiera, sentimento balordo
così chiuso su di noi, intimista,
squallido parlarsi sordo
che non va oltre i sensi e l’attrazione
quasi fossimo animali, bestie, non persone.

A mio figlio,
che non c’è ancora
e non so se mai ci sarà,
io vorrei che non fosse un delitto
darti la vita,
che non fossi un nuovo sconfitto.

A me stesso,
in tutto questo disimpegno
Ancora ho voglia d’urlare,
a voce piena, senza esitazione
prestando la faccia ad ogni schiaffo
facendo chiara ogni mia contraddizione.

Ed allora rinuncio al decostruzionismo,
pensiero debole trionfo della non azione
perché non accetto di annegarmi in questo niente
in questo tempo fatto d’un non credere
imperante.
E cerco ancora una ragione che vada oltre l’oggi
che guardi l’infinito
Perché valga la pena.
Perché è il solo modo che ho per dire:
per qualcosa ho vissuto.

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