Rinasce oggi da un cassetto uno scritto di qualche anno fa, trovo e pubblico, anche se oggi non mi piace, non mi suona e le parole, poi, son certo discutibili
Ma che strana quella dedica: A Valéry, com'era ieri così ritorna oggi.
L'amore consiste nell'essere cretini insieme, cara Connie, così, sempre.
Vorrei vederti mentre ti prepari,
prima che io bussi alla tua porta,
quando disegni cerchi neri
intorno a quegli occhi grandi.
Quando metti e togli il vestito
Quando ti piaci e non ti piaci
Ed urli e fremi davanti allo specchio,
e se avessi meno spalle, meno fianchi
ma quando arrivi? Ma quanto mi manchi.
Che ti chiedi dove mi porterai?
E sogni il mare, la campagna
Sogni la mia stanza densa
Di legno e lenzuola azzurre.
E balli quel motivo dolce
E ti muovi leggera tra il tuo letto
e l’infinito, ed in bocca hai un sorriso
lieve, un sorriso non capito.
Spazzoli i tuoi capelli, li tocchi
Li raccogli, li sciogli e li leghi.
Ed io ti guardo dietro la tenda grande
Dietro la finestra,ti guardo e lo sai,
E non smetto, e non smetterei mai.
venerdì 30 marzo 2007
mercoledì 28 marzo 2007
Canzone d'amore e del disimpegno (Per quando confondo Connie con la vita)
Devo spogliarmi delle mie vesti,
delle belle illusioni, dei giorni felici
fatti di credenze ed idee, rivoluzioni.
Se ciò in cui credevamo oggi
Lo consumiamo.
Io, povero di denaro
Prima di appiccicare un prezzo anche alle mie parole
Ripesco un orgoglio marcio
Ed in piedi sul tetto più alto
Grido ed urlo il mio Rinuncio.
Rinuncio:
A questo Dio così invadente
Che ci aspetta al varco
per dirci ancora: ti ho perdonato
Ma così tragicamente umano
Nel suo voler esser sempre pregato.
A questa democrazia,
puttana da discoteca,
fatta di leggi spazzatura
che abbiamo venduto
per trenta denari
a dei capitani di ventura.
Ad una politica
Fatta di sale da tè,
di discorsi vuoti ma ben detti
che ha scambiato le idee forti
con pochi voti sporchi.
Che dibatte e si agita nei salotti
Ma che non vediamo più per strada
Che non riusciamo a guardare negli occhi.
Ai nostri padri che ci hanno amato troppo
Ai loro sogni così grandi
Alla loro appartenenza ad una classe
od una squadriglia,
al loro esser oggi
gente perbene, padri di famiglia.
Al loro averci creduto, aver lottato
Per idee nuove, per cambiare il mondo
E guardali adesso che piangono di notte
Per non essere visti,
Per non averci provato fino in fondo.
Ai nostri nonni,
alle loro memorie, ai ricordi
al loro: non dimenticate
al loro piangere con insistenza
le persone ed i sogni,
i caduti di un’antica resistenza.
Al nostro corpo,
atletico, in forma, magro, ben curato,
sempre più giovane,
sempre più malato.
Al nostro apparire belli e vigorosi
Al dolore, alla bruttezza, alla morte
Oggi tanto inusuali; ben nascosti
negli ospizi e negli ospedali.
Alla poesia,
che non leggiamo più,
che non capiamo, che non serve
che è una filastrocca da bambini
che ci incartiamo i cioccolatini.
All’amore,
ultima bandiera, sentimento balordo
così chiuso su di noi, intimista,
squallido parlarsi sordo
che non va oltre i sensi e l’attrazione
quasi fossimo animali, bestie, non persone.
A mio figlio,
che non c’è ancora
e non so se mai ci sarà,
io vorrei che non fosse un delitto
darti la vita,
che non fossi un nuovo sconfitto.
A me stesso,
in tutto questo disimpegno
Ancora ho voglia d’urlare,
a voce piena, senza esitazione
prestando la faccia ad ogni schiaffo
facendo chiara ogni mia contraddizione.
Ed allora rinuncio al decostruzionismo,
pensiero debole trionfo della non azione
perché non accetto di annegarmi in questo niente
in questo tempo fatto d’un non credere
imperante.
E cerco ancora una ragione che vada oltre l’oggi
che guardi l’infinito
Perché valga la pena.
Perché è il solo modo che ho per dire:
per qualcosa ho vissuto.
delle belle illusioni, dei giorni felici
fatti di credenze ed idee, rivoluzioni.
Se ciò in cui credevamo oggi
Lo consumiamo.
Io, povero di denaro
Prima di appiccicare un prezzo anche alle mie parole
Ripesco un orgoglio marcio
Ed in piedi sul tetto più alto
Grido ed urlo il mio Rinuncio.
Rinuncio:
A questo Dio così invadente
Che ci aspetta al varco
per dirci ancora: ti ho perdonato
Ma così tragicamente umano
Nel suo voler esser sempre pregato.
A questa democrazia,
puttana da discoteca,
fatta di leggi spazzatura
che abbiamo venduto
per trenta denari
a dei capitani di ventura.
Ad una politica
Fatta di sale da tè,
di discorsi vuoti ma ben detti
che ha scambiato le idee forti
con pochi voti sporchi.
Che dibatte e si agita nei salotti
Ma che non vediamo più per strada
Che non riusciamo a guardare negli occhi.
Ai nostri padri che ci hanno amato troppo
Ai loro sogni così grandi
Alla loro appartenenza ad una classe
od una squadriglia,
al loro esser oggi
gente perbene, padri di famiglia.
Al loro averci creduto, aver lottato
Per idee nuove, per cambiare il mondo
E guardali adesso che piangono di notte
Per non essere visti,
Per non averci provato fino in fondo.
Ai nostri nonni,
alle loro memorie, ai ricordi
al loro: non dimenticate
al loro piangere con insistenza
le persone ed i sogni,
i caduti di un’antica resistenza.
Al nostro corpo,
atletico, in forma, magro, ben curato,
sempre più giovane,
sempre più malato.
Al nostro apparire belli e vigorosi
Al dolore, alla bruttezza, alla morte
Oggi tanto inusuali; ben nascosti
negli ospizi e negli ospedali.
Alla poesia,
che non leggiamo più,
che non capiamo, che non serve
che è una filastrocca da bambini
che ci incartiamo i cioccolatini.
All’amore,
ultima bandiera, sentimento balordo
così chiuso su di noi, intimista,
squallido parlarsi sordo
che non va oltre i sensi e l’attrazione
quasi fossimo animali, bestie, non persone.
A mio figlio,
che non c’è ancora
e non so se mai ci sarà,
io vorrei che non fosse un delitto
darti la vita,
che non fossi un nuovo sconfitto.
A me stesso,
in tutto questo disimpegno
Ancora ho voglia d’urlare,
a voce piena, senza esitazione
prestando la faccia ad ogni schiaffo
facendo chiara ogni mia contraddizione.
Ed allora rinuncio al decostruzionismo,
pensiero debole trionfo della non azione
perché non accetto di annegarmi in questo niente
in questo tempo fatto d’un non credere
imperante.
E cerco ancora una ragione che vada oltre l’oggi
che guardi l’infinito
Perché valga la pena.
Perché è il solo modo che ho per dire:
per qualcosa ho vissuto.
domenica 25 marzo 2007
Eterni ritorni (Decadenza dei bei sogni)
Non tornare sui tuoi passi,
non calpestare
le cicatrici che hai lasciato.
Sono rimasto, così, attonito, fermo
a guardare un futuro che non esiste più.
Non possiamo salvarci dalle sconfitte,
non esiste rimedio,
sbattere la testa, fermare il flusso
non so come possiamo anche solo pensarlo.
E’ che vogliamo essere tutti vincenti,
tutti dalla parte della ragione.
Ma dove troviamo il coraggio di ricominciare?
dove sta questa voglia, questa illusione?
Connie, tu sarai la costruttrice, quella che piano alzerà
Le nuove pareti
Che scalderà le notti
Ed, io e te, potremmo un giorno dirci casa.
Ma anche tu sceglierai di andartene,
dimmi: perché?
Qui tutto è a misura tua,
c’è una vita che ho pensato per te,
qui ogni sofferenza non è che un piccolo
fastidio
Ma tu sbatterai la porta,
la sbatterai così forte che tutto crollerà
i muri non erano altro che carta
come ho fatto a non rendermi conto?
E no,
no, lo sapevo,
dentro già sapevo,
ma ho scelto di vivere in un miraggio.
Ora mi fermo mentre il vento soffia
E porta via gli ultimi brandelli
Di quest’illusione.
Mi siedo prendo il bicchiere,
accendo una sigaretta
e l’aria trasporta via un fil di fumo.
Non tornare indietro, mai,
Non calpestare le macerie,
esse sono il sacrario di tutte le mie vite passate.
non calpestare
le cicatrici che hai lasciato.
Sono rimasto, così, attonito, fermo
a guardare un futuro che non esiste più.
Non possiamo salvarci dalle sconfitte,
non esiste rimedio,
sbattere la testa, fermare il flusso
non so come possiamo anche solo pensarlo.
E’ che vogliamo essere tutti vincenti,
tutti dalla parte della ragione.
Ma dove troviamo il coraggio di ricominciare?
dove sta questa voglia, questa illusione?
Connie, tu sarai la costruttrice, quella che piano alzerà
Le nuove pareti
Che scalderà le notti
Ed, io e te, potremmo un giorno dirci casa.
Ma anche tu sceglierai di andartene,
dimmi: perché?
Qui tutto è a misura tua,
c’è una vita che ho pensato per te,
qui ogni sofferenza non è che un piccolo
fastidio
Ma tu sbatterai la porta,
la sbatterai così forte che tutto crollerà
i muri non erano altro che carta
come ho fatto a non rendermi conto?
E no,
no, lo sapevo,
dentro già sapevo,
ma ho scelto di vivere in un miraggio.
Ora mi fermo mentre il vento soffia
E porta via gli ultimi brandelli
Di quest’illusione.
Mi siedo prendo il bicchiere,
accendo una sigaretta
e l’aria trasporta via un fil di fumo.
Non tornare indietro, mai,
Non calpestare le macerie,
esse sono il sacrario di tutte le mie vite passate.
martedì 20 marzo 2007
Fino a perder il fiato
Corro, Connie, cerco di raggiungerti.
Ci metto tutto me stesso, una corsa senza fine, un maratona e non arrivo mai.
Ad ogni svolta un delusione perchè il traguardo non c'è, non si vede.
Eppure rialzo la testa e corro, Connie, corro perchè i nostri occhi una notte si sono incontrati.
Fino a quando, però? Finchè avrò fiato, fino a perderlo.
Corro,
non mi aspettano braccia allargate.
Scelgo di non essere più lo stesso,
gioco con i giorni, con gli specchi e vivo
nella luce di un tuo riflesso.
Anche se saranno solo una manciata di minuti,
un attimo con il fiato spezzato,
scelgo te, contro tutti, contro di me.
Così tu sei la scelta,
è impossibile non piangere,
non stracciarmi le vesti.
Tutto quello che cercavo non mi appartiene più,
hai rotto la mia vita, l’hai strappata dai binari,
ho ucciso per te.
Hai liberato la forza,
hai saccheggiato il mio cuore,
ti sei presa il mio futuro.
Ho imparato a non oppormi a te.
E se oggi non mi arriva più la tua voce,
ho impresso il tuo nome nella carne,
spargo sale sulle ferite perché brucino,
ed in questo dolore sei presente,
non c’è consolazione in te.
Il cuore non si placa, batte sotto le macerie,
si sveglia, sussulta,
urla, piange,
grida con forza inaspettata.
Ed ora prova pure a non tornare,
a non cercarmi,
a non scrivermi,
a non guardarmi,
per quanto bene ti nasconderai,
non puoi più fuggire dai miei occhi.
Ci metto tutto me stesso, una corsa senza fine, un maratona e non arrivo mai.
Ad ogni svolta un delusione perchè il traguardo non c'è, non si vede.
Eppure rialzo la testa e corro, Connie, corro perchè i nostri occhi una notte si sono incontrati.
Fino a quando, però? Finchè avrò fiato, fino a perderlo.
Corro,
non mi aspettano braccia allargate.
Scelgo di non essere più lo stesso,
gioco con i giorni, con gli specchi e vivo
nella luce di un tuo riflesso.
Anche se saranno solo una manciata di minuti,
un attimo con il fiato spezzato,
scelgo te, contro tutti, contro di me.
Così tu sei la scelta,
è impossibile non piangere,
non stracciarmi le vesti.
Tutto quello che cercavo non mi appartiene più,
hai rotto la mia vita, l’hai strappata dai binari,
ho ucciso per te.
Hai liberato la forza,
hai saccheggiato il mio cuore,
ti sei presa il mio futuro.
Ho imparato a non oppormi a te.
E se oggi non mi arriva più la tua voce,
ho impresso il tuo nome nella carne,
spargo sale sulle ferite perché brucino,
ed in questo dolore sei presente,
non c’è consolazione in te.
Il cuore non si placa, batte sotto le macerie,
si sveglia, sussulta,
urla, piange,
grida con forza inaspettata.
Ed ora prova pure a non tornare,
a non cercarmi,
a non scrivermi,
a non guardarmi,
per quanto bene ti nasconderai,
non puoi più fuggire dai miei occhi.
giovedì 15 marzo 2007
Questo vizio assurdo
Connie, ho il dubbio che scriverti sia inutile, che non hanno nessuna forza le mie parole, che vorrei far poesia ed, invece, soddisfo solo un brutto vizio, un vizio assurdo.
In un cinema quasi deserto ho pianto,
andava un finale amaro,
la tua assenza la cullava il vento.
Il timbro della tua voce
È un dono prezioso e raro
Che non ho mai udito.
Mi son sentito finito,
ch’era già buio
fuori dall’uscita di sicurezza
come un bambino senza madre,
senza gioia, senza certezza.
Preso il cappotto,
infilato il cappello, lungo
la banchina mi son trascinato
le luci d’una barca
oltre la diga
apparivano e sparivano
la foschia scivolava piano verso il largo.
La città tutt’intorno accendeva i lampioni
Così, com’un uomo in letargo,
ho raggiunto il faro.
Guardavo il peschereccio legato
Ad una bitta scura,
mi fosse di conforto il tuo viso,
avessi qualcosa per cui piangere,
ricordassi almeno il tuo sorriso,
potrei sedermi e come Atlante
sorreggere la tua mancanza.
Ma di te non ho che pochi versi,
tracce nel buio desolante.
Perché ho ancora voglia di scrivere
se i risultati son scadenti?
E se già so che leggendoli dirai:
Che ho da fare, Io, coi perdenti?
In un cinema quasi deserto ho pianto,
andava un finale amaro,
la tua assenza la cullava il vento.
Il timbro della tua voce
È un dono prezioso e raro
Che non ho mai udito.
Mi son sentito finito,
ch’era già buio
fuori dall’uscita di sicurezza
come un bambino senza madre,
senza gioia, senza certezza.
Preso il cappotto,
infilato il cappello, lungo
la banchina mi son trascinato
le luci d’una barca
oltre la diga
apparivano e sparivano
la foschia scivolava piano verso il largo.
La città tutt’intorno accendeva i lampioni
Così, com’un uomo in letargo,
ho raggiunto il faro.
Guardavo il peschereccio legato
Ad una bitta scura,
mi fosse di conforto il tuo viso,
avessi qualcosa per cui piangere,
ricordassi almeno il tuo sorriso,
potrei sedermi e come Atlante
sorreggere la tua mancanza.
Ma di te non ho che pochi versi,
tracce nel buio desolante.
Perché ho ancora voglia di scrivere
se i risultati son scadenti?
E se già so che leggendoli dirai:
Che ho da fare, Io, coi perdenti?
martedì 13 marzo 2007
Il riposo degli eroi
Viene la notte, Connie, prendere sonno è così difficile, ogni cosa mi conduce a te, ogni gesto, ogni pensiero, non riesco a chiudere gli occhi, Connie.
E tu?
Tu dormi,
e nei pochi bar aperti
Uomini silenziosi scacciano
Le ultime nostalgie della sera
Dormi,
e l’ubriaco piange
chiuso in macchina
Mentre ascolta la radio
Dormi,
e il poeta finito
cerca dei versi
in una camera fredda
Tu dormi,
le mie mani ormai son
pezzi di ghiaccio,
e cerco ancora una parola,
una frase che rompa
il silenzio che dentro s’affaccia
ogni volta
che incontro i tuoi occhi.
Dormi, piccola mia,
se ti avessi qui con me,
ti guarderei,
ti scalderei,
e direi piano
"non svegliarti mai",
che non si spezzi l’incanto
di averti tra le mie braccia,
anche fosse solo per un momento.
E tu?
Tu dormi,
e nei pochi bar aperti
Uomini silenziosi scacciano
Le ultime nostalgie della sera
Dormi,
e l’ubriaco piange
chiuso in macchina
Mentre ascolta la radio
Dormi,
e il poeta finito
cerca dei versi
in una camera fredda
Tu dormi,
le mie mani ormai son
pezzi di ghiaccio,
e cerco ancora una parola,
una frase che rompa
il silenzio che dentro s’affaccia
ogni volta
che incontro i tuoi occhi.
Dormi, piccola mia,
se ti avessi qui con me,
ti guarderei,
ti scalderei,
e direi piano
"non svegliarti mai",
che non si spezzi l’incanto
di averti tra le mie braccia,
anche fosse solo per un momento.
giovedì 8 marzo 2007
Vespertina preghiera
Come è difficile la notte, quando senti
che un altro giorno è passato.
Un giorno pervaso della tua assenza.
Le cose finiscono non ci facciamo caso e finiscono.
Giornate, esperienze, vite, amori
arriva un momento in cui ti rendi conto
che tutto è finito.
Si scioglie, va in niente.
Che cosa è servito costruire, cercare, crescere, conoscere,
se tutto è destinato ad una fine?
Connie, il mio destino è trovarti o non smettere di cercarti?
Ma Connie, se non t’incontro tutto finirà in un vortice
di gesti, appuntamenti, occasioni, un eterno replicarsi del non-senso.
Il vento si sta alzando e sento che tutt’intorno la vita sta cambiando,
e se ti portasse via, se tu no esistessi?
Mi giro e rigiro dentro il letto, Connie, non abbandonarmi,
almeno tu.
Siediti qui vicino e raccontami una favola.
Domani arriverà un altro sole,
a volte spero sia l’ultimo, Connie.
che un altro giorno è passato.
Un giorno pervaso della tua assenza.
Le cose finiscono non ci facciamo caso e finiscono.
Giornate, esperienze, vite, amori
arriva un momento in cui ti rendi conto
che tutto è finito.
Si scioglie, va in niente.
Che cosa è servito costruire, cercare, crescere, conoscere,
se tutto è destinato ad una fine?
Connie, il mio destino è trovarti o non smettere di cercarti?
Ma Connie, se non t’incontro tutto finirà in un vortice
di gesti, appuntamenti, occasioni, un eterno replicarsi del non-senso.
Il vento si sta alzando e sento che tutt’intorno la vita sta cambiando,
e se ti portasse via, se tu no esistessi?
Mi giro e rigiro dentro il letto, Connie, non abbandonarmi,
almeno tu.
Siediti qui vicino e raccontami una favola.
Domani arriverà un altro sole,
a volte spero sia l’ultimo, Connie.
mercoledì 7 marzo 2007
Terzine pensando al sommo poeta
Connie, se scrivo e riesco è solo grazie a te, come le muse degli antichi poeti, tu sei l'ispirazione.
Ieri rileggievo dei versi dell'Alighieri ed ho pensato d'invocarti con questo canto in terzine.
Connie, tu sei l’ultima canzone,
della vita l’unica scusa,
la gioia insperata com’una guarigione,
oggi, nella mia stanza chiusa
cerco ancora di scovare
chi sei, mia celata musa.
io t’invoco ragione del mio cantare,
non lasciare che cadano in vano
le salate lacrime, lasciati trovare,
trema al tuo pensiero la mia mano
il cuore sussulta ad ogni rumore,
e la mente vola via, nel cielo lontano.
Rinasce dal fondo il calore,
un fuoco riempie le mie membra
e vago per le vie com’un trovatore.
Ma anche a te non sembra,
piccola e sconosciuta regina
folle la mia pena che urlo nell’ombra.
Così ti cerco ogni mattina,
perso tra il sogno e la veglia,
ma, solo, in un letto freddo di brina.
Quando varcherai la soglia?
Mi domando perso nel mio caffè,
Saranno troppe le miglia
Che mi dividono da te?
saranno forse distanze infinite?
Non dirmi pero che non c’è
gloria alla fine delle nostre vite
che il destino è un sogno proibito
che non avranno cura le mie ferite.
Non smetto di cercarti e sfinito
chino la testa come cadon le foglie.
Lo sai, ancora non s’è esaurito
l’insensato desiderio che mi coglie
nei momenti più inattesi
e riaccende tutte le voglie.
E i giorni per te spesi
Son l’unico possibile senso
fuochi da marinai accesi
Il profumo d’incenso
Che invade la mia stanza
Quando a te sola penso.
Nella tua irraggiungibile lontananza
Tu sei, La voce della luna, che ascolto
sei arrivo e partenza,
Tu sei Porto Sepolto
Oncia d’oro in un secchio
Urla d’un figlio sconvolto
Tu sei Canto di Castelvecchio
d’eternità rara goccia,
Riflesso opaco nello specchio,
Tu, Osso di Seppia,
viso che dal pozzo risale,
Inchiostro che non macchia.
Oh mio Fiore del Male,
viaggiatrice che non riposa,
scendi ancora con me quelle scale
Poesia in forma di rosa,
sei la metà che manca,
verso sciolto che diventa prosa.
Lavorare Stanca,
amore mio, che ti perdi nelle sere,
filo di voce che arranca.
Per te Il Canzoniere,
eterna giocatrice,
nel tuo trucco fammi cadere
Arbusta iuvant humilisque myricae.
Sostegno alla mia destra,
grande consolatrice.
Mia piccola Ginestra,
persa tra mille persone,
ed io che ti cerco da una finestra.
Oh, Ermione
Piove, acqua spessa come cera
E dal cuore nasce una canzone
Ch’io canto Alla sera.
Vorrei sentirti vicina, conforto alla mie spalle
ragione nuova di chi più non spera
Dico il tuo nome e freme la pelle
riconosco, com’il poeta antico, che tu sei
L’amor che move il cielo e le altre stelle
Ieri rileggievo dei versi dell'Alighieri ed ho pensato d'invocarti con questo canto in terzine.
Connie, tu sei l’ultima canzone,
della vita l’unica scusa,
la gioia insperata com’una guarigione,
oggi, nella mia stanza chiusa
cerco ancora di scovare
chi sei, mia celata musa.
io t’invoco ragione del mio cantare,
non lasciare che cadano in vano
le salate lacrime, lasciati trovare,
trema al tuo pensiero la mia mano
il cuore sussulta ad ogni rumore,
e la mente vola via, nel cielo lontano.
Rinasce dal fondo il calore,
un fuoco riempie le mie membra
e vago per le vie com’un trovatore.
Ma anche a te non sembra,
piccola e sconosciuta regina
folle la mia pena che urlo nell’ombra.
Così ti cerco ogni mattina,
perso tra il sogno e la veglia,
ma, solo, in un letto freddo di brina.
Quando varcherai la soglia?
Mi domando perso nel mio caffè,
Saranno troppe le miglia
Che mi dividono da te?
saranno forse distanze infinite?
Non dirmi pero che non c’è
gloria alla fine delle nostre vite
che il destino è un sogno proibito
che non avranno cura le mie ferite.
Non smetto di cercarti e sfinito
chino la testa come cadon le foglie.
Lo sai, ancora non s’è esaurito
l’insensato desiderio che mi coglie
nei momenti più inattesi
e riaccende tutte le voglie.
E i giorni per te spesi
Son l’unico possibile senso
fuochi da marinai accesi
Il profumo d’incenso
Che invade la mia stanza
Quando a te sola penso.
Nella tua irraggiungibile lontananza
Tu sei, La voce della luna, che ascolto
sei arrivo e partenza,
Tu sei Porto Sepolto
Oncia d’oro in un secchio
Urla d’un figlio sconvolto
Tu sei Canto di Castelvecchio
d’eternità rara goccia,
Riflesso opaco nello specchio,
Tu, Osso di Seppia,
viso che dal pozzo risale,
Inchiostro che non macchia.
Oh mio Fiore del Male,
viaggiatrice che non riposa,
scendi ancora con me quelle scale
Poesia in forma di rosa,
sei la metà che manca,
verso sciolto che diventa prosa.
Lavorare Stanca,
amore mio, che ti perdi nelle sere,
filo di voce che arranca.
Per te Il Canzoniere,
eterna giocatrice,
nel tuo trucco fammi cadere
Arbusta iuvant humilisque myricae.
Sostegno alla mia destra,
grande consolatrice.
Mia piccola Ginestra,
persa tra mille persone,
ed io che ti cerco da una finestra.
Oh, Ermione
Piove, acqua spessa come cera
E dal cuore nasce una canzone
Ch’io canto Alla sera.
Vorrei sentirti vicina, conforto alla mie spalle
ragione nuova di chi più non spera
Dico il tuo nome e freme la pelle
riconosco, com’il poeta antico, che tu sei
L’amor che move il cielo e le altre stelle
lunedì 5 marzo 2007
Lettere dal fronte (Chiedendo scusa a C.P. e J.L.)
Cara Connie,
Passano giorni strani, ogni tanto, non so che cosa possa essere, un'angoscia, una piccola incomprensione con i propri sentimenti.
Ci sono dei cortocircuiti nella testa, a volte un'informazione passa sbagliata, forse non è ben decifrata e si riapre un solco, un terreno tracciato, una via conosciuta, una strada percorsa, ci sono muri ai lati ed il sole non arriva, qui, è un eterno rimanere senza trovare risposta, senza cercarla, si guarda in terra e non si ha il coraggio di rialzare la testa.
Questa è la solitudine, quella vera, e si può essere ovunque, non c'è folla non c'è mano cara sulla spalla, si rimane così, come quei tronchi che guardavo quand'ero un bimbo.
Sulla spiaggia d'inverno, dei tronchi si arenano e non hanno scelta, non possono tornare al mare ma nemmeno rivivere, non hanno più foglie, sono vuoti perchè di loro il soffio della vita si è come dimenticato.
Così i giorni rallentano, le ore non passano, le acque si placano, il vuoto è un esperienza non comune, il niente si fa spesso, il pensiero decade prima di nascere la mente non si risveglia, un torpore sale ed il corpo si immobilizza.
Da questo vuoto bisogna fuggire, il suo passo incalzante ci romba alle spalle, è sempre dietro l'angolo come un ombra nefasta o il presagio di una sconfitta.
E' per questo che bisognerebbe trovarsi, Connie, per non continuare nella solitudine, ed è per la stessa ragione che ti sogno, t'immagino, tu, che ancora non hai un volto.
Connie, quando ci incontreremo non bisognerà spiegarsi molto, saremo come due disperati nel freddo dell'inverno, la notte più fredda dell'inverno, quando tra il sonno e la morte il passo è breve, ed inizieremo a parlare, ognuno dirà la propria storia per non cedere ed arriavre a domani, racconto senza boria, senza illusioni, tutto nella perfetta coerenza di un dramma senza pathos, di una fredda verità che scalda il cuore e gela le ossa.
Forse, poi anche tu te ne andrai, inevitabile conseguenza, ed ancora un'altro freddo, un'altra notte.
In fine arriverà il momento che deciderò dire addio, chiudere, salutare con un gesto rapido, indolore, perchè almeno il commiato sia lieve.
Ma non farò conti, non ci saranno conti, nessun attivo, nessun passivo, un lacrima fredda che si gela e diventa cristallo, sarà il mio dono per te, Connie.
Poi il buio, il niente che finalmente trionfa, scenderò le scale della vita in silenzio.
Aspettandoti ti saluto
Passano giorni strani, ogni tanto, non so che cosa possa essere, un'angoscia, una piccola incomprensione con i propri sentimenti.
Ci sono dei cortocircuiti nella testa, a volte un'informazione passa sbagliata, forse non è ben decifrata e si riapre un solco, un terreno tracciato, una via conosciuta, una strada percorsa, ci sono muri ai lati ed il sole non arriva, qui, è un eterno rimanere senza trovare risposta, senza cercarla, si guarda in terra e non si ha il coraggio di rialzare la testa.
Questa è la solitudine, quella vera, e si può essere ovunque, non c'è folla non c'è mano cara sulla spalla, si rimane così, come quei tronchi che guardavo quand'ero un bimbo.
Sulla spiaggia d'inverno, dei tronchi si arenano e non hanno scelta, non possono tornare al mare ma nemmeno rivivere, non hanno più foglie, sono vuoti perchè di loro il soffio della vita si è come dimenticato.
Così i giorni rallentano, le ore non passano, le acque si placano, il vuoto è un esperienza non comune, il niente si fa spesso, il pensiero decade prima di nascere la mente non si risveglia, un torpore sale ed il corpo si immobilizza.
Da questo vuoto bisogna fuggire, il suo passo incalzante ci romba alle spalle, è sempre dietro l'angolo come un ombra nefasta o il presagio di una sconfitta.
E' per questo che bisognerebbe trovarsi, Connie, per non continuare nella solitudine, ed è per la stessa ragione che ti sogno, t'immagino, tu, che ancora non hai un volto.
Connie, quando ci incontreremo non bisognerà spiegarsi molto, saremo come due disperati nel freddo dell'inverno, la notte più fredda dell'inverno, quando tra il sonno e la morte il passo è breve, ed inizieremo a parlare, ognuno dirà la propria storia per non cedere ed arriavre a domani, racconto senza boria, senza illusioni, tutto nella perfetta coerenza di un dramma senza pathos, di una fredda verità che scalda il cuore e gela le ossa.
Forse, poi anche tu te ne andrai, inevitabile conseguenza, ed ancora un'altro freddo, un'altra notte.
In fine arriverà il momento che deciderò dire addio, chiudere, salutare con un gesto rapido, indolore, perchè almeno il commiato sia lieve.
Ma non farò conti, non ci saranno conti, nessun attivo, nessun passivo, un lacrima fredda che si gela e diventa cristallo, sarà il mio dono per te, Connie.
Poi il buio, il niente che finalmente trionfa, scenderò le scale della vita in silenzio.
Aspettandoti ti saluto
domenica 4 marzo 2007
Prime notizie
Questo è quello che avevo in testa l'altra mattina quando mi sono svegliato e Connie era sorpendentemente nella mia testa, quando è nata la necessità di cercarla:
Forse si tratta dei primi indizi.
Io,
io e te,
viso di primavera,
gioco di sguardi,
e che bella questa sera
di glicini e gemme nei vigneti.
Tu.
Tu che sali le scale,
Avvolta in un cappotto bianco,
cammini a passi lenti,
ed il tuo sorriso che apre le porte
e riscalda il cuore.
Torna con te il buon tepore del maggio,
il crepitio del fuoco nella notte,
il miracolo della terra che rinasce.
Ed Io,
io,
impacciato,
davanti ai tuoi occhi grandi,
cerco in un bicchiere
il coraggio di chiamarti.
E sogno che t’avvicini,
mi tendi la mano,
e mi porti a passeggiare.
Attraversiamo canali e porti,
rocce sul mare,
giardini di limoni ed orti.
Così mi conduci,
in quel luogo nascosto,
dov’è facile piangere e cantare,
poi,
stremata,
posi la testa sul mio petto
e ti lasci sfiorare.
E in un’alba misteriosa
Dal profumo salmastro,
ti addormenti su di me,
e dici a mezzo fiato
non te ne andare
domani,
ricominceremo a camminare.
Forse si tratta dei primi indizi.
Io,
io e te,
viso di primavera,
gioco di sguardi,
e che bella questa sera
di glicini e gemme nei vigneti.
Tu.
Tu che sali le scale,
Avvolta in un cappotto bianco,
cammini a passi lenti,
ed il tuo sorriso che apre le porte
e riscalda il cuore.
Torna con te il buon tepore del maggio,
il crepitio del fuoco nella notte,
il miracolo della terra che rinasce.
Ed Io,
io,
impacciato,
davanti ai tuoi occhi grandi,
cerco in un bicchiere
il coraggio di chiamarti.
E sogno che t’avvicini,
mi tendi la mano,
e mi porti a passeggiare.
Attraversiamo canali e porti,
rocce sul mare,
giardini di limoni ed orti.
Così mi conduci,
in quel luogo nascosto,
dov’è facile piangere e cantare,
poi,
stremata,
posi la testa sul mio petto
e ti lasci sfiorare.
E in un’alba misteriosa
Dal profumo salmastro,
ti addormenti su di me,
e dici a mezzo fiato
non te ne andare
domani,
ricominceremo a camminare.
Anteprima
Sono passati due giorni, due piccoli giorni, da quando Connie è entrata nella mia vita.
Chi è Connie?
Dove vive Connie?
Che faccia ha?
Questo spazio nasce per cercarti.
Questo spazio nasce anche per rimanere aperto a tutti quelli che stanno cercando qualcosa.
Tutti quelli che inseguono utopie, quelli che vogliono scoprire, quelli che una notte hanno avuto una visione e che non accettano che quella visione possa non esistere.
Tutto quello che qui metterò tu saprai, cara Connie, che è per te.
Nasce da te.
Vive per te.
Da oggi, Connie, inizio a cercarti tu lasciati trovare.
Chi è Connie?
Dove vive Connie?
Che faccia ha?
Questo spazio nasce per cercarti.
Questo spazio nasce anche per rimanere aperto a tutti quelli che stanno cercando qualcosa.
Tutti quelli che inseguono utopie, quelli che vogliono scoprire, quelli che una notte hanno avuto una visione e che non accettano che quella visione possa non esistere.
Tutto quello che qui metterò tu saprai, cara Connie, che è per te.
Nasce da te.
Vive per te.
Da oggi, Connie, inizio a cercarti tu lasciati trovare.
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